Li chiamiamo disinteressati, poi riempiono le piazze: cosa stanno cercando davvero i giovani?
Per anni abbiamo raccontato i giovani come una generazione distratta. Sempre connessa, poco interessata alla politica, più vicina a uno schermo che a una piazza.
Poi arrivano giorni come questi. Le strade di Roma, Milano, Torino, Firenze, Genova, Venezia, Padova, Treviso, Cagliari e altre città si riempiono di studenti. Si parla di scuola, affitti, costo della vita, guerra, diritti, futuro. Le parole cambiano da corteo a corteo, ma sotto molte di quelle richieste sembra esserci la stessa domanda: “Ci state ascoltando?”
È forse questo il punto più interessante. Non stabilire chi abbia ragione su ogni singola rivendicazione, ma osservare cosa succede quando una generazione descritta spesso come distante dalla vita pubblica decide invece di occupare fisicamente lo spazio pubblico.
Perché un ragazzo sceglie di uscire di casa, camminare per ore, reggere un cartello e unirsi a migliaia di sconosciuti? E cosa ci dice tutto questo del modo in cui i giovani stanno vivendo il presente?
Una generazione che torna nelle piazze
Il 16 ottobre 2026 studenti hanno manifestato in numerose città italiane. A Roma gli organizzatori hanno parlato di circa 20 mila partecipanti; a Milano migliaia di ragazzi hanno attraversato il centro. Le rivendicazioni hanno toccato la scuola, il caro affitti, il costo della vita, il riarmo e diversi provvedimenti del governo. Nei giorni precedenti, universitari avevano anche montato tende davanti a Montecitorio e in alcuni atenei per richiamare l’attenzione sul diritto allo studio e sull’emergenza abitativa.
Le fonti di cronaca raccontano anche episodi di tensione, danneggiamenti e scontri in alcune città. È importante non confondere questi fatti con l’intero fenomeno: partecipazione pacifica e violenza non sono la stessa cosa, e raccontare una generazione soltanto attraverso gli episodi più estremi rischia di oscurare ciò che molte migliaia di ragazzi stanno cercando di esprimere.
La domanda, quindi, non è soltanto “contro cosa protestano?”. È anche: perché sentono il bisogno di farlo insieme?
Forse non sono disinteressati. Partecipano in modo diverso
I dati internazionali aiutano a mettere in prospettiva ciò che vediamo nelle strade. Secondo l’OCSE, i giovani tra i 18 e i 29 anni partecipano meno degli adulti ad alcune forme tradizionali della vita politica, come il voto, il contatto diretto con le istituzioni o le consultazioni pubbliche. Ma risultano più presenti in forme informali di partecipazione, tra cui manifestazioni pubbliche e condivisione di contenuti politici sui social.
È una differenza importante. Se misuriamo l’interesse civico soltanto con gli strumenti delle generazioni precedenti, rischiamo di concludere troppo in fretta che i ragazzi “non partecipano”. In realtà una parte di loro sembra scegliere altri canali: piazze, campagne online, petizioni, boicottaggi, associazionismo, volontariato.
Non necessariamente meno partecipazione, quindi. Una partecipazione che cambia forma.

Quando il futuro sembra qualcosa che accade senza di te
Dietro una protesta non c’è mai un’unica motivazione. C’è chi partecipa per convinzione politica, chi per solidarietà, chi perché vive direttamente un problema, chi perché segue gli amici, chi semplicemente vuole esserci.
Ma alcuni elementi ritornano spesso quando si parla di giovani: il costo di studiare lontano da casa, la difficoltà di immaginare un lavoro stabile, l’accesso alla casa, il clima, le guerre, la qualità della scuola, il timore di non riuscire a costruire la propria autonomia.
L’OCSE segnala inoltre che, mediamente, i giovani mostrano livelli di fiducia nelle istituzioni più bassi rispetto alle fasce più adulte. In Italia, nei dati 2023, il 31% dei 18-29enni dichiarava un livello alto o moderatamente alto di fiducia nel governo nazionale, contro il 41% degli over 50.
Ma c’è un dato ancora più interessante: il senso di avere voce conta moltissimo. Chi percepisce di poter incidere sulle decisioni pubbliche tende a fidarsi di più delle istituzioni rispetto a chi sente che la propria opinione non abbia alcun peso.
Questo ci porta fuori dalla politica in senso stretto e dentro una questione profondamente umana: cosa succede quando una persona sente che il proprio futuro viene deciso altrove?
La piazza come luogo di appartenenza
C’è poi un’altra dimensione, meno evidente dei programmi e degli slogan: la piazza crea appartenenza.
Per qualche ora non sei più soltanto uno studente davanti a un problema enorme. Sei parte di un gruppo che condivide una preoccupazione. Cammini accanto ad altre persone che stanno facendo la stessa scelta. La sensazione di isolamento si riduce e quella di poter incidere, almeno simbolicamente, aumenta.
È qualcosa che i social non riescono a sostituire completamente. Online puoi condividere, commentare, discutere. In strada, invece, senti fisicamente la presenza degli altri.
Forse per questo è significativo che una generazione cresciuta nello spazio digitale continui a tornare anche nello spazio reale. La connessione non basta sempre. A volte abbiamo bisogno di presenza.
Rabbia e partecipazione non sono sinonimi di violenza
Quando una manifestazione degenera, la violenza diventa inevitabilmente notizia. Ed è giusto raccontarla e attribuire le responsabilità a chi la compie.
Ma c’è un rischio: trasformare gli episodi più rumorosi nell’unica lente attraverso cui osserviamo tutto ciò che è successo.
Protestare pacificamente significa esercitare una forma di partecipazione democratica. Danneggiare, aggredire o intimidire è un’altra cosa. Tenere distinte queste due dimensioni permette di discutere seriamente sia delle ragioni delle proteste sia dei limiti che ogni società democratica deve difendere.
La domanda utile non è quindi se “i giovani hanno ragione” in blocco. Nessuna generazione è un corpo unico. La domanda è se siamo ancora capaci di ascoltare ciò che una mobilitazione rivela senza ridurla immediatamente a uno slogan.
Essere ascoltati non significa necessariamente ottenere ciò che si chiede
Ascoltare non significa approvare ogni richiesta. Non significa che una manifestazione debba determinare automaticamente una scelta politica.
Significa riconoscere che dietro una protesta possono esserci paure, aspettative e bisogni reali che meritano di essere compresi.
Questo vale nella politica, ma vale anche nelle famiglie, nelle scuole e nelle relazioni. Sentirsi ascoltati non significa ottenere sempre un sì. Significa sapere che la propria voce è entrata davvero nella conversazione.
Forse è anche questo che molti ragazzi stanno cercando.
Il paradosso dei giovani “disinteressati”
Su Motiviamoci abbiamo raccontato quanto il sovraccarico possa pesare sulle nuove generazioni in Giovani sempre stanchi: perché succede e come uscirne. Abbiamo anche visto, con il progetto di volontariato scolastico di Treviso, come esperienze concrete possano offrire ai ragazzi responsabilità e appartenenza nell’articolo A Treviso il volontariato entra alle medie.
Le piazze di questi giorni raccontano un altro pezzo dello stesso mondo.
Una generazione può essere stanca e allo stesso tempo arrabbiata. Può essere disillusa e desiderare partecipazione. Può passare ore sui social e poi scegliere di incontrarsi fisicamente. Può diffidare delle istituzioni senza essere indifferente a ciò che accade intorno a sé.
Forse il vero errore è cercare di descriverla con una sola parola.
Prima di giudicare, proviamo a fare una domanda
Quando vediamo migliaia di giovani in piazza, possiamo concentrarci soltanto sui cartelli, sulle sigle, sui cori, sui partiti, sugli scontri o sulle polemiche.
Oppure possiamo fermarci un momento prima.
E domandarci: cosa deve accadere perché una persona di sedici, diciotto o ventidue anni senta che valga la pena uscire di casa e chiedere pubblicamente di essere ascoltata?
Non avremo una risposta unica. E forse è proprio questo il punto.
Dietro una piazza ci sono migliaia di storie differenti. Ma quando quelle storie decidono di camminare insieme, qualcosa della società in cui viviamo viene inevitabilmente alla luce.
Non dobbiamo per forza essere d’accordo con ogni voce per iniziare ad ascoltarla.
Perché una generazione che chiede di partecipare non è necessariamente una generazione disinteressata. Potrebbe essere una generazione che sta ancora cercando il proprio modo di farsi sentire.
Fonti principali: ANSA, 13-19 ottobre 2026; OECD, Government at a Glance 2025 e Survey on Drivers of Trust in Public Institutions; ISTAT, La partecipazione politica in Italia – Anno 2024. L’articolo distingue le rivendicazioni politiche dalle dinamiche umane e sociali della partecipazione e non attribuisce a un’intera generazione le azioni di singoli gruppi.
