Due ragazzi partecipano a un'attività di volontariato con una donna anziana
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A Treviso il volontariato entra alle medie: educare all’empatia può aiutare contro il bullismo?

A Treviso c’è una scuola che sta provando una strada diversa. Non una nuova punizione, non l’ennesima lezione teorica contro il bullismo, ma un’esperienza concreta: portare i ragazzi fuori dall’aula e dentro la comunità, mettendoli in contatto con anziani, persone con disabilità, bambini, volontari e Protezione Civile.

L’idea parte dall’IC5 “Luigi Coletti” e dal Comune di Treviso. Gli studenti della scuola secondaria di primo grado potranno dedicare un pomeriggio alla settimana al volontariato, per due ore, scegliendo fra diverse realtà del territorio. I percorsi dureranno tre o sei mesi e saranno accompagnati dagli educatori.

La notizia è locale, ma la domanda che apre riguarda tutti noi: e se per prevenire l’indifferenza e il bullismo non bastasse dire ai ragazzi cosa non devono fare, ma servisse far sperimentare loro cosa significa essere utili a qualcuno?

Il progetto di Treviso: volontariato come esperienza educativa

Il nuovo Patto Scuola-Famiglia promosso dalle scuole Coletti nasce con una finalità dichiaratamente preventiva ed educativa. Secondo quanto riportato dalla Tribuna di Treviso e da Oggi Treviso, gli studenti potranno svolgere attività nelle residenze per anziani, con la Protezione Civile, nella Comunità di Sant’Egidio, con cooperative e associazioni del territorio oppure nelle scuole primarie attraverso esperienze di peer tutoring.

La dirigente Angela Ferraro ha spiegato che il progetto nasce dalla convinzione che fare esperienza concreta dell’aiuto possa ridurre il rischio di indifferenza, bullismo e quello che viene definito “analfabetismo emotivo”. Le prime candidature sono già arrivate e l’obiettivo della scuola è ampliare progressivamente la partecipazione.

Non sappiamo ancora quali risultati produrrà questa sperimentazione. Ed è importante dirlo: un progetto di volontariato non è una terapia e non può essere presentato come una soluzione automatica al bullismo. Ma l’idea contiene qualcosa di interessante, perché sposta il centro dell’educazione dalle sole parole alle esperienze.

Dire “sii gentile” non è la stessa cosa che sperimentare la cura

Ai ragazzi diciamo spesso di rispettare gli altri, di essere empatici, di non escludere, di non prendere in giro. Sono messaggi necessari. Ma l’empatia non cresce soltanto perché qualcuno ce la spiega.

Può crescere anche quando incontriamo una persona diversa da noi, quando qualcuno dipende per un momento dalla nostra attenzione, quando ci accorgiamo che una parola, un gesto o un’ora del nostro tempo hanno un effetto reale su un altro essere umano.

La ricerca non autorizza semplificazioni, ma offre alcuni segnali interessanti. Una meta-analisi longitudinale pubblicata nel 2025, che ha incluso 23 studi e oltre 21 mila partecipanti, ha rilevato una relazione bidirezionale tra empatia e comportamenti di bullismo: livelli maggiori di empatia risultavano associati a una minore probabilità successiva di mettere in atto comportamenti di bullismo, mentre il coinvolgimento nel bullismo poteva a sua volta essere seguito da una riduzione dell’empatia.

Un’altra meta-analisi su più di 25 mila adolescenti ha trovato un’associazione positiva tra empatia e comportamento di difesa della vittima da parte dei compagni.

Questo non significa che “fare volontariato elimina il bullismo”. Significa però che allenare la capacità di vedere l’altro, riconoscerne i bisogni e assumersi una piccola responsabilità può essere una parte importante dell’educazione relazionale.

Un momento di relazione e partecipazione con una persona anziana
Immagine illustrativa. Foto: Age Cymru / Unsplash.

Quando un ragazzo scopre di poter essere utile

C’è un passaggio che a volte dimentichiamo quando parliamo di adolescenti: non hanno bisogno soltanto di essere protetti, controllati o corretti. Hanno anche bisogno di sentire che possono avere un ruolo.

Aiutare un bambino con i compiti. Ascoltare una persona anziana. Collaborare con chi si occupa del territorio. Partecipare a un’attività concreta. Sono situazioni semplici, ma possono cambiare il modo in cui un ragazzo vede se stesso: non solo qualcuno a cui vengono imposte regole, ma qualcuno che può contribuire.

Ed è qui che la storia di Treviso diventa più grande della città in cui nasce. Perché parla di una questione che riguarda molte famiglie e molte scuole: come possiamo chiedere responsabilità ai ragazzi se raramente diamo loro occasioni vere per esercitarla?

Su Motiviamoci abbiamo già affrontato il peso che molti adolescenti portano addosso nell’articolo Giovani sempre stanchi: perché succede e come uscirne. Ma accanto alla necessità di proteggerli dal sovraccarico esiste anche un’altra esigenza: offrire esperienze che restituiscano senso, appartenenza e fiducia nelle proprie capacità.


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Il valore dell’incontro tra generazioni

Fra le possibilità offerte dal progetto ha attirato particolare interesse il rapporto con gli anziani. Non è difficile capire perché questa dimensione possa diventare preziosa per entrambe le parti.

Un adolescente vive dentro un mondo velocissimo, nel quale identità, approvazione e appartenenza passano spesso attraverso coetanei e schermi. Una persona anziana porta con sé un ritmo, una memoria e una storia completamente diversi.

Quando queste due vite si incontrano senza l’obbligo di “insegnare” qualcosa l’una all’altra, può accadere qualcosa di semplice: si ascoltano.

E forse una delle forme più profonde di educazione emotiva nasce proprio qui. Non nel conoscere la definizione corretta di empatia, ma nel fare spazio a una persona che non vive come noi, non parla come noi e non ha la nostra età.

Prevenire significa costruire prima che qualcosa si rompa

Quando un episodio di bullismo diventa grave, l’attenzione si concentra giustamente sulle responsabilità, sulla protezione della vittima e sugli interventi necessari. Ma la prevenzione comincia molto prima.

Comincia nel clima di una classe. Nel modo in cui viene percepita la fragilità. Nella capacità di non ridere quando qualcuno viene umiliato. Nel coraggio di intervenire. Nel sentire che l’altro non è un bersaglio, ma una persona.

Gli studi sull’empatia e sul ruolo degli spettatori nel bullismo mostrano che chi possiede una maggiore sensibilità verso gli altri tende più frequentemente ad assumere comportamenti di difesa. Una ricerca italiana già nel 2007 aveva osservato un’associazione tra risposta empatica e aiuto ai compagni vittime di bullismo, pur con differenze fra i gruppi studiati. Non è una formula matematica, ma è un’indicazione importante.

La sfida quindi potrebbe essere questa: non limitarsi a insegnare ai ragazzi a evitare comportamenti sbagliati, ma creare ambienti nei quali possano esercitare comportamenti diversi.

Una piccola sperimentazione che vale la pena osservare

Il progetto delle scuole Coletti è appena iniziato. Sarà il tempo a dire quanto funzionerà, quanti ragazzi parteciperanno e quali effetti produrrà davvero.

Ma c’è qualcosa che merita attenzione già adesso: scuola, famiglie, Comune e associazioni del territorio stanno provando a costruire insieme un’esperienza educativa che non parte dalla paura dei ragazzi, ma dalla fiducia nelle loro possibilità.

È una differenza sottile, ma enorme.

Perché un adolescente che sbaglia ha bisogno di limiti. Ma un adolescente che cresce ha bisogno anche di occasioni in cui scoprire chi può diventare quando qualcuno si fida di lui.

La domanda che resta

Forse non possiamo impedire ogni gesto di prepotenza. Non possiamo controllare ogni gruppo, ogni chat, ogni corridoio di una scuola.

Possiamo però continuare a costruire contesti nei quali prendersi cura degli altri non venga considerato debolezza, ma competenza. Nei quali essere responsabili non significhi soltanto rispettare le regole, ma comprendere che le nostre azioni hanno conseguenze sulle persone che incontriamo.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante della storia che arriva da Treviso.

Prima ancora di chiedere ai ragazzi di essere migliori, possiamo dare loro la possibilità concreta di fare qualcosa di buono.

E vedere cosa succede.


Fonti: Tribuna di Treviso e Oggi Treviso, 6 ottobre 2026; studi scientifici consultati tramite PubMed. Immagine in evidenza illustrativa: Ismael Paramo / Unsplash. Le immagini non ritraggono gli studenti coinvolti nel progetto.

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